Il collettivo italiano inserito dagli Stati Uniti nella lista delle organizzazioni terroristiche. Poi il dominio, le email e i sistemi di pagamento finiscono sotto pressione. Una vicenda che riapre il tema della sovranità digitale europea
Non è soltanto una storia di hacker, server e domini internet. Il caso Autistici/Inventati racconta qualcosa di più profondo: quanto sia fragile l’indipendenza digitale quando le infrastrutture della rete dipendono, anche indirettamente, da soggetti sottoposti alla giurisdizione di una potenza straniera.
Il 26 agosto 2026 il Dipartimento di Stato americano ha inserito il collettivo italiano Autistici/Inventati nella categoria degli Specially Designated Global Terrorists, accusandolo di fornire infrastrutture digitali a gruppi violenti dell’estrema sinistra e alle reti Antifa. La decisione è stata annunciata dal segretario di Stato Marco Rubio e accompagnata dalle conseguenze previste dal sistema sanzionatorio statunitense.
Autistici/Inventati respinge l’accusa e rivendica una storia lunga oltre venticinque anni nella costruzione di strumenti di comunicazione indipendenti, servizi email, hosting, mailing list e piattaforme orientate alla tutela della privacy.
La questione, dunque, non riguarda soltanto ciò che il collettivo pubblica o sostiene politicamente. Il punto decisivo è l’infrastruttura: chi controlla gli strumenti attraverso i quali una comunità comunica può, in determinate condizioni, incidere sulla sua stessa capacità di esistere online.
Dal provvedimento americano ai server italiani
A meno di due giorni dall’annuncio statunitense, il dominio autistici.org è diventato irraggiungibile. Secondo il collettivo, il problema si sarebbe verificato a livello DNS, il sistema che permette di associare un nome di dominio all’indirizzo dei server che ospitano concretamente i servizi.
I server, secondo quanto riferito da Autistici/Inventati, continuavano a funzionare. Ma il dominio non risultava più normalmente pubblicato nel DNS. Il risultato pratico era molto più semplice e radicale: per gli utenti, il servizio diventava di fatto difficile o impossibile da raggiungere.
A essere coinvolti sono stati servizi utilizzati da migliaia di persone e numerose realtà associative, politiche e culturali. Secondo quanto dichiarato da un componente del collettivo a la Repubblica, le persone con una casella autistici.org sono circa 20 mila, mentre i siti e blog che utilizzano l’infrastruttura sono nell’ordine delle decine di migliaia.
Il paradosso del dominio “.org”
Internet viene spesso rappresentata come una rete distribuita, senza un centro unico. È vero solo in parte. Dietro ogni sito esistono livelli diversi di infrastruttura: server, provider, registri dei domini, sistemi DNS, servizi cloud, circuiti finanziari. Un’organizzazione può avere i propri server perfettamente funzionanti e tuttavia perdere l’accessibilità del proprio dominio perché un anello della catena si trova sotto un’altra giurisdizione.
Nel caso di autistici.org, il collettivo ha indicato come possibile punto della vicenda il Public Interest Registry, l’organizzazione che gestisce il dominio .org e che ha sede negli Stati Uniti. Il collettivo ha tuttavia precisato di non avere ricevuto una comunicazione pubblica del registry che attribuisse esplicitamente il blocco alle sanzioni americane.
Il problema diventa quindi geopolitico: un provvedimento emanato da Washington può produrre effetti materiali su un’organizzazione italiana anche quando i suoi server e i suoi operatori si trovano in Europa?
Non solo Internet: l’effetto domino
Il collettivo ha denunciato il blocco del proprio account PayPal e, successivamente, Banca Etica ha comunicato l’intenzione di chiudere il rapporto bancario con l’organizzazione in seguito alla sua inclusione nelle liste statunitensi.
Prima il dominio. Poi le email. Poi i sistemi di pagamento. Infine i rapporti bancari.
Non è necessario che un’autorità straniera intervenga direttamente su ogni singolo servizio. È sufficiente che la sua normativa produca un livello di rischio tale da spingere aziende e istituti finanziari a interrompere i rapporti con il soggetto sanzionato.
È uno degli aspetti più importanti delle sanzioni contemporanee: il loro potere non deriva soltanto dalla capacità di imporre direttamente un divieto, ma anche dalla capacità di convincere altri soggetti a non voler correre il rischio di violarlo.
La sicurezza come nuova frontiera politica
Il caso Autistici/Inventati porta inoltre al centro una domanda delicata: dove finisce la responsabilità di un’infrastruttura tecnologica e dove comincia quella dei suoi utenti?
Washington sostiene che i servizi forniti dal collettivo siano stati utilizzati da reti considerate violente e terroristiche. L’accusa americana riguarda proprio la funzione infrastrutturale di A/I: email cifrate, hosting, comunicazioni sicure e strumenti destinati a proteggere l’anonimato.
Se un fornitore mette a disposizione un servizio di comunicazione sicura e quel servizio viene successivamente utilizzato da qualcuno per commettere un reato, il fornitore diventa responsabile dell’azione?
È una domanda che attraversa tutta la storia di Internet. Vale per la posta elettronica, per i servizi cloud, per le piattaforme social, per i sistemi di messaggistica e per gli strumenti di crittografia.
Una storia nata dall’Internet antagonista
Autistici/Inventati nasce all’inizio degli anni Duemila, in un ambiente legato ai movimenti sociali, all’hacktivism e alle esperienze di comunicazione indipendente che accompagnarono anche il movimento del G8 di Genova.
La filosofia era diversa da quella che avrebbe dominato successivamente la rete commerciale: mettere a disposizione infrastrutture tecnologiche autonome, utilizzare software libero, proteggere la privacy e consentire a collettivi e singoli di comunicare senza dover necessariamente passare attraverso le grandi piattaforme.
Una parte significativa della sua storia si intreccia con l’esperienza di Indymedia e con la crescita dell’attivismo digitale italiano. Per questo la designazione americana assume un valore simbolico particolarmente forte.
Un collettivo nato nella stagione pionieristica dell’Internet alternativa italiana viene improvvisamente trasformato, attraverso una decisione amministrativa statunitense, in un soggetto associato al terrorismo internazionale.
È un salto enorme, non soltanto terminologico.
La nuova guerra ibrida passa anche dai nodi della rete
È qui che la vicenda può essere letta come una forma di guerra ibrida.
Non c’è bisogno di un attacco militare a un data center. Non serve necessariamente sabotare fisicamente un server. Il controllo può essere esercitato attraverso i livelli amministrativi, finanziari e infrastrutturali che rendono possibile la presenza online.
Un dominio può essere sospeso. Un conto può essere congelato. Un servizio di pagamento può essere interrotto. Un provider può decidere di non voler più avere rapporti con un’organizzazione.
Il risultato complessivo può essere simile a quello di un oscuramento.
La differenza è che non esiste necessariamente un singolo pulsante da premere. Il sistema si muove attraverso una serie di soggetti autonomi che reagiscono alla stessa fonte di rischio.
La questione europea
Il caso solleva infine un interrogativo per l’Italia e per l’Unione europea: quanto è realmente sovrana l’infrastruttura digitale europea?
L’Europa dispone di un quadro normativo molto più attento alla protezione dei dati rispetto agli Stati Uniti e ha sviluppato negli ultimi anni politiche sulla sovranità tecnologica. Ma la dipendenza da infrastrutture, servizi, piattaforme e intermediari sottoposti alla giurisdizione americana rimane significativa.
Riguarda una domanda molto più grande: chi possiede davvero la rete quando gli strumenti necessari per essere liberi online dipendono da infrastrutture che appartengono, direttamente o indirettamente, a qualcun altro?
È una domanda che l’Europa non può più rimandare.




