V per Vendetta non è solo una storia di rivoluzione, ma una domanda aperta sul potere, sulla paura e sulla responsabilità individuale.
Ambientato in un futuro distopico, il racconto di Alan Moore e David Lloyd (e la sua celebre trasposizione cinematografica) mette in scena una società che ha rinunciato alla libertà in cambio della sicurezza. Una scelta che, oggi più che mai, suona inquietantemente familiare.
Il regime di Norsefire non domina solo con la forza, ma attraverso la gestione sistematica della paura: terrorismo, malattie, nemici esterni. La popolazione accetta la sorveglianza totale e la censura perché convinta che “non ci sia alternativa”.
È qui che V per Vendetta diventa profondamente filosofico: il potere non esiste senza il consenso, anche quando questo consenso è ottenuto tramite il terrore. Michel Foucault avrebbe parlato di un controllo interiorizzato, in cui il cittadino diventa il carceriere di sé stesso.
V, il protagonista mascherato, non è un eroe tradizionale. È un’idea, come lui stesso afferma. La maschera di Guy Fawkes cancella l’individuo e rende universale il messaggio: le idee sono a prova di proiettile. Ma il fumetto non idealizza la violenza rivoluzionaria. Al contrario, la problematizza. V usa il terrorismo per abbattere un regime terroristico, costringendo il lettore a confrontarsi con una domanda scomoda: è possibile distruggere un sistema disumano senza sporcarsi le mani?
Il personaggio di Evey rappresenta il vero percorso filosofico dell’opera. La sua trasformazione non è politica, ma esistenziale. Passa dalla paura alla consapevolezza, dalla dipendenza alla libertà. È una rinascita che richiama il pensiero di Sartre: siamo condannati a essere liberi, e questa libertà fa paura perché ci rende responsabili. Non esiste salvatore esterno; la liberazione è sempre un atto personale.
Nel mondo attuale, segnato da sorveglianza digitale, manipolazione dell’informazione, polarizzazione politica e stati d’emergenza permanenti, V per Vendetta appare meno come una distopia e più come uno specchio. La domanda centrale non è se un regime autoritario possa nascere, ma quanto siamo disposti a tollerarlo pur di sentirci al sicuro.
Alla fine, V per Vendetta non ci chiede di indossare una maschera. Ci chiede qualcosa di più difficile: pensare, dubitare, ricordare che la libertà non è mai concessa, ma sempre conquistata. E soprattutto, che la paura è il primo strumento del potere… ma anche la prima catena da spezzare.




