Epstein e l’hacker italiano: Mettiamo alla prova il Vaticano sulle valute digitali

Redazione
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Negli ultimi giorni è tornata sotto i riflettori la controversa vicenda di Jeffrey Epstein, il finanziere americano morto in carcere nel 2019 dopo una condanna . Tra i milioni di documenti e email resi pubblici dal Department of Justice degli Stati Uniti — i cosiddetti Epstein files — spunta un nome che ha attirato l’attenzione dei media italiani e internazionali: quello dell’esperto di cybersecurity italiano Vincenzo Iozzo.

Nei documenti resi pubblici dal DoJ, il suo nome — a volte trascritto erroneamente come “Lozzo” — compare centinaia di volte in centinaia di email e corrispondenze che riguardano Epstein. Comunque, va sottolineato che la presenza di un nome nei file non costituisce di per sé una prova di attività illecite.

Il contenuto delle email e le interpretazioni

Secondo quanto riportato da La Repubblica, alcune delle email contenute nell’archivio contengono conversazioni in cui Iozzo sembra discutere di progetti legati a criptovalute, con riferimenti a idee come “testare il Vaticano per le monete virtuali”, un’affermazione che ha catturato l’attenzione dei giornalisti per le implicazioni evocative sullo stato e le istituzioni. La difesa dell’esperto ha subito negato qualsiasi attività illegale: Iozzo ha dichiarato di non aver mai partecipato ad attività criminali e di non avere mai svolto compiti di natura illecita per Epstein o altri.

Reazioni dell’industria e conseguenze pubbliche

Le ricadute della vicenda nel mondo della sicurezza informatica sono già evidenti: Iozzo è stato rimosso dai siti ufficiali di conferenze di rilievo nel settore come Black Hat e Code Blue, dove aveva in passato ruoli di rilievo nei review board, secondo quanto riportato da altre fonti. Anche qui, gli organizzatori non hanno fornito spiegazioni ufficiali circa la rimozione, lasciando aperti interrogativi su conflitti reputazionali e criteri di partecipazione alle principali conferenze globali di infosec.


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