Il volto dietro Satoshi Nakamoto, l’enigmatico creatore di Bitcoin, potrebbe avere finalmente un nome. Ma, ancora una volta, la verità resta sospesa tra indizi e smentite.
Secondo una recente inchiesta del The New York Times, il principale candidato sarebbe Adam Back, crittografo britannico e figura storica del movimento cypherpunk. L’indagine, basata su un’analisi approfondita di oltre 130.000 messaggi provenienti da vecchie mailing list, ha cercato di individuare somiglianze linguistiche, tecniche e temporali tra Back e Nakamoto.
L’indagine: linguaggio, tempistiche e indizi tecnici
Il lavoro giornalistico, firmato da John Carreyrou, ha utilizzato tecniche di analisi stilistica e confronto storico per restringere il campo dei possibili candidati. Tra gli elementi chiave:
- somiglianze nello stile di scrittura e nell’uso della lingua inglese
- coincidenze nelle tempistiche di attività online
- affinità ideologiche legate alla decentralizzazione e alla privacy
Un elemento particolarmente rilevante riguarda il sistema Hashcash, sviluppato da Back nel 1997, che viene citato nel white paper di Bitcoin e considerato un precursore diretto del meccanismo “proof-of-work”.
Nonostante gli indizi, lo stesso Adam Back ha respinto con decisione le accuse. In diverse dichiarazioni pubbliche, ha affermato di non essere Satoshi Nakamoto e di non conoscere la sua vera identità. La sua posizione è chiara: le somiglianze individuate sarebbero il risultato di coincidenze dovute alla comune appartenenza alla comunità crittografica degli anni ’90.
Il caso riaccende uno dei più grandi enigmi della storia tecnologica moderna. Dalla nascita di Bitcoin nel 2009, numerosi nomi sono stati associati a Nakamoto — da Hal Finney a Nick Szabo — senza mai arrivare a una conferma definitiva.
A complicare ulteriormente il quadro c’è un fatto: i wallet attribuiti al creatore di Bitcoin, contenenti oltre un milione di monete, non sono mai stati movimentati. Un silenzio che alimenta teorie e speculazioni da oltre un decennio.